Forum Comunità Educanti Catania

Percorsi di contrasto alla povertà educativa

Famiglie, ragazzi e integrazione: l’Hub di piazza Bovio

Quaranta iscritti, una lunga lista d’attesa e attività che vanno dal sostegno scolastico al teatro, dall’educativa di strada al podcast. Nel centro gestito dalla cooperativa Futura ’89, il lavoro con i minori diventa anche un modo per costruire relazioni tra famiglie e culture diverse.

 

Nel cuore di Catania, nella zona di Piazza Bovio, uno spazio nato nel 2024 come Centro di aggregazione giovanile è diventato uno dei nodi di “Catania Comunità Educante: Hub di servizi per minori”, il progetto triennale promosso dal Comune nell’ambito del PN Metro Plus e Città Medie Sud 2021-2027 e finanziato con fondi europei.

Il progetto coinvolge diciotto enti del Terzo settore, radicati nei diversi quartieri cittadini, e prevede l’attivazione di altrettanti centri multifunzionali. Gli Hub sono aperti in orario extrascolastico e offrono ai ragazzi e alle loro famiglie attività educative, sostegno allo studio, laboratori artistici, sportivi e digitali, educativa di strada e percorsi di accompagnamento alla genitorialità. L’obiettivo è contrastare la povertà educativa e la dispersione scolastica, favorendo nello stesso tempo l’integrazione sociale, la legalità e la partecipazione alla vita della comunità.

L’Hub di Piazza Bovio è gestito dalla cooperativa sociale Futura ’89, attiva sul territorio dal 1989. A raccontarne le attività sono Liliana Di Maria, presidente della cooperativa Futura ’89, ed Emilia Crimaldi, coordinatrice dell’Hub di Piazza Bovio.

Come nasce il centro di Piazza Bovio?

Il centro è nato nel 2024 come Centro di aggregazione giovanile, quindi come CAG, per rispondere a un bisogno molto forte delle famiglie della zona. Mancavano spazi nei quali bambini e ragazzi potessero incontrarsi, giocare, studiare e partecipare ad attività educative.

Successivamente il centro è entrato a far parte del progetto “Catania Comunità Educante” ed è diventato un Hub. Questo passaggio ha consentito di ampliare le attività e, soprattutto, di inserire il lavoro svolto a Piazza Bovio all’interno di una rete cittadina più vasta: noi stessi siamo I coordinatori territoriali per gli altri quattro Hub del centro storico, Beato Dusmet, Eden School, Istituto San Francesco di Paola, Istituto Suore Divina Provvidenza.
Tutti insieme costruiamo un Hub che non sia soltanto un luogo nel quale si organizzano laboratori o si aiutano i ragazzi a fare i compiti: dev’essere uno spazio aperto alle famiglie e al territorio, una comunità educante intorno e a support dei minori.

 

Quanti ragazzi frequentano attualmente il centro?

Gli iscritti sono quaranta (cioè la quota prevista dal progetto Hub), ma le richieste sono molte di più. Abbiamo una lista d’attesa di almeno sessanta bambini e ragazzi.

Per questa ragione monitoriamo con attenzione la frequenza: quando un ragazzo smette di venire con continuità, cerchiamo innanzitutto di capire che cosa è accaduto e di ristabilire il rapporto con lui e con la famiglia. Quando, invece, la frequenza viene definitivamente interrotta, il posto può essere assegnato a un altro minore in attesa.

Il bisogno delle famiglie diventa ancora più evidente durante l’estate, quando le scuole sono chiuse e diminuiscono le occasioni di incontro e di socialità. Per molti genitori sapere che i figli possono frequentare un luogo sicuro, svolgere attività e mantenere un rapporto con gli educatori rappresenta un sostegno concreto.

 

Qual è la composizione dell’utenza?

Il centro è frequentato da bambini e ragazzi provenienti da famiglie molto diverse. È significativa la presenza di nuclei di origine straniera, in particolare senegalesi.

Con queste famiglie si è costruito un rapporto di fiducia molto forte. I genitori partecipano alla vita del centro, parlano con gli operatori, condividono esigenze e preoccupazioni e collaborano all’organizzazione di alcuni momenti comuni.

L’integrazione, per noi, non consiste semplicemente nel far stare nello stesso posto persone provenienti da Paesi differenti. Significa conoscersi, riconoscere le differenze e imparare a rispettarle: proprio per questo abbiamo organizzato laboratori sui diritti umani e sulle diverse fedi religiose.
Durante il Ramadan poi, siamo empre attenti ad  organizzare le attività tenendo conto delle esigenze dei ragazzi musulmani e delle loro famiglie, sfruttandolo come occasione di conoscenza reciproca: i ragazzi spiegano agli altri le proprie tradizioni e, nello stesso tempo, imparano a confrontarsi con abitudini differenti. Il centro diventa così anche un luogo di mediazione anche tra diverse culture e generazioni.

Come si svolge una giornata ordinaria all’interno dell’Hub?

Il pomeriggio comincia generalmente con il supporto scolastico. Dalle 14.30 alle 16.30 i ragazzi fanno i compiti insieme agli operatori. Successivamente iniziano i laboratori e le altre attività previste dalla programmazione, fino alle 18:30.

Il sostegno scolastico è importante, ma non può essere separato dalla relazione educativa. A volte un ragazzo non ha soltanto bisogno che qualcuno gli spieghi un esercizio. Ha bisogno di raccontare quello che è successo a scuola, una difficoltà vissuta in famiglia o un problema con i coetanei.

Prima di ottenere risultati sul piano didattico bisogna costruire un rapporto di fiducia. Il compito diventa spesso il punto di partenza per avvicinare il ragazzo, ascoltarlo e comprendere quali siano i suoi bisogni.

Abbiamo anche casi di adolescenti, specialmente ragazze, che svolgono compiti in perfetta autonomia, ma comunque vengono al centro: per loro non solo vi è la possibilità di trovare un luogo adatto allo studio (che a casa spesso può mancare), ma vi è anche l’occasione di ritrovarsi con gli amici.

Fondamentale, anche nel doposcuola rimane il rapporto con i genitor. Le difficoltà scolastiche non riguardano mai soltanto il minore: possono essere legate alle condizioni familiari, economiche o linguistiche. Per questo il lavoro educativo deve coinvolgere, per quanto possibile, l’intero nucleo familiare.

Quali laboratori vengono proposti?

Le attività sono numerose: calcio, pittura, lavorazione dell’argilla, teatro, musica, pianoforte e giornalismo.

Anche il calcio viene utilizzato come strumento educativo, lavorando sul rispetto delle regole, sulla capacità di stare in gruppo, sulla gestione della sconfitta e sul controllo dei comportamenti aggressivi.

La pittura, l’argilla, il teatro e la musica permettono invece ai ragazzi di esprimere emozioni e capacità che spesso non riescono a manifestare durante le normali attività scolastiche.

Abbiamo creato anche un angolo della lettura. L’iniziativa ha coinvolto soprattutto alcune ragazze, che hanno cominciato a leggere insieme, a discutere dei testi e a cercare il significato delle parole che non conoscevano.

L’obiettivo non è trasformare la lettura in un altro compito, ma suscitare curiosità. Quando sono i ragazzi stessi a fare domande e a voler conoscere una parola nuova, l’apprendimento diventa più naturale.

Il centro svolge anche attività contro la dispersione scolastica?

Una parte fondamentale del progetto è rappresentata dall’educativa di strada. Gli operatori non aspettano soltanto che i ragazzi arrivino all’Hub, ma cercano di incontrarli nei luoghi nei quali trascorrono il proprio tempo, a cominciare dalle piazze del quartiere.

Quando veniamo a conoscenza di una situazione di abbandono scolastico o di frequenza irregolare, proviamo a stabilire un contatto con il ragazzo e con la famiglia.

È un lavoro delicato. Non si può avvicinare un adolescente e pensare di convincerlo immediatamente a rientrare a scuola. Bisogna farsi conoscere, ascoltarlo e conquistare gradualmente la sua fiducia. Soltanto dopo si può costruire un percorso.

 La dispersione scolastica non può essere affrontata da un solo soggetto: occorre una rete capace di mettere insieme scuola, famiglia, servizi pubblici e realtà educative del territorio.

Quali rapporti avete costruito con le istituzioni e con le altre realtà cittadine?

L’Hub lavora in rapporto con il Comune di Catania, con i servizi sociali e con l’USSM, l’Ufficio di servizio sociale per i minorenni.

Abbiamo accolto anche ragazzi dell’area penale nell’ambito di progetti dedicati alla legalità. Una delle esperienze realizzate è stata la cerimonia del tè, pensata come momento di incontro e dialogo.

Anche gesti apparentemente semplici possono assumere un valore educativo quando permettono a ragazzi con esperienze differenti di conoscersi senza essere immediatamente giudicati o definiti attraverso il proprio passato.

Partecipiamo inoltre alle iniziative di “Cantiere per Catania”, in particolare nel quartiere San Cristoforo, dove ci occuperemo anche noi dello “Sportello ascolto” che dovrebbe nascere. Cerchiamo di non lavorare come una struttura isolata, ma come parte di una rete territoriale.

È proprio questo uno degli elementi centrali del progetto degli Hub: far dialogare le realtà del Terzo settore, le istituzioni, le scuole e le famiglie, affinché intorno ai minori non vi siano interventi separati, ma una responsabilità educativa condivisa.

Fondamentale è poi il rapport con le scuole, attraverso la mediazione scolastica, dove supportiamo il lavoro degli insegnanti nelle loro stesse aule. Siamo in contatto con l’Amerigo Vespucci, la Cavour e l’Armando Diaz: i professori possono segnalarci i casi dei ragazzi più in diffocoltà, che possono essere accolti nel centro. Una collaborazione preziosissima.

Perché avete deciso di investire anche sui social network?

Instagram e TikTok non vengono utilizzati soltanto per far conoscere le iniziative del centro. Sono diventati veri e propri laboratori di educazione digitale.

I ragazzi vivono quotidianamente sui social, osservano il numero delle visualizzazioni e dei “mi piace” e attribuiscono molta importanza ai commenti ricevuti. Noi cerchiamo di far comprendere loro che quei numeri non definiscono il valore di una persona.

Lavoriamo anche sulla gestione dei commenti negativi. Un messaggio offensivo o l’intervento di un hater possono avere un effetto molto pesante, soprattutto su un adolescente. Bisogna imparare a non identificarsi completamente con il giudizio ricevuto online e a utilizzare la rete in maniera più consapevole.

I ragazzi partecipano alla preparazione dei contenuti e imparano che dietro una fotografia o un video ci sono delle scelte, delle responsabilità e un lavoro di costruzione.

Da questa esperienza è nato anche un video podcast?

Sì. Il podcast nasce dall’esigenza di portare fuori dalle mura del centro le idee e le discussioni sviluppate durante i laboratori.

Abbiamo scelto un formato elastico, che possa cambiare a seconda dell’argomento e delle persone coinvolte. Non volevamo imporre ai ragazzi una struttura troppo rigida. Il podcast deve essere uno spazio nel quale possano affrontare le questioni che sentono vicine e raccontare l’Hub dal loro punto di vista.

Il ruolo di presentatore è ricoperto dal baby sindaco del centro. Mariama, una delle adolescenti che frequentano l’Hub, si occupa invece della parte tecnica, delle riprese e della scenografia. L’attività viene coordinata dall’operatore Diego, ma l’obiettivo è affidare ai ragazzi una responsabilità effettiva.

Non devono essere soltanto i destinatari di un progetto pensato dagli adulti. Devono imparare a proporre le idee, organizzare il lavoro, utilizzare gli strumenti e assumersi la responsabilità del risultato.

Qual è, in definitiva, la funzione dell’Hub di Piazza Bovio?

Il centro parte da bisogni molto concreti: fare i compiti, giocare, leggere, praticare uno sport, imparare a usare gli strumenti digitali e incontrare altri ragazzi. Attraverso queste attività, però, prova a costruire qualcosa di più ampio.

L’obiettivo è creare relazioni, sostenere le famiglie, prevenire l’abbandono scolastico, favorire l’integrazione e offrire ai ragazzi strumenti che li aiutino a diventare cittadini più consapevoli.

Il risultato più importante è forse proprio il rapporto che si crea tra il centro e le famiglie. Quando un genitore affida il proprio figlio agli operatori, chiede certamente un aiuto pratico, ma esprime anche un bisogno di fiducia e di appartenenza.

In una zona nella quale convivono famiglie con origini, storie e condizioni differenti, l’Hub può diventare uno spazio comune: un luogo nel quale le differenze non vengono cancellate, ma possono incontrarsi e trasformarsi in una risorsa per l’intera comunità.

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